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I costi invisibili dell’incertezza
La fase di stagnazione in cui versa il nostro Paese da due anni a questa parte sta producendo i primi bilanci negativi: il rallentamento del Pil, cresciuto nel 2002 solo dello 0,4% (contro una crescita dell’1,8% nel 2001), il calo delle esportazioni, che con un crollo del 5,1% hanno interrotto il positivo trend di crescita che durava oramai dagli inizi degli anni novanta (solo l’anno precedente il valore reale delle esportazioni era cresciuto del 2,1%), il rallentamento nella crescita dell’occupazione (+1% tra luglio 2002 e 2003 contro +1,2% tra luglio 2001 e 2002) sono i segnali più evidenti di un paese che annaspa, in pericoloso bilico tra una ripresa che tarda a venire, e un declino in agguato (tab. 1).
Ma quelli descritti non sono che gli aspetti più visibili, e agevolmente quantificabili, dei costi prodotti dall’attuale congiuntura. E’ indubbio che un sistema in affanno si trovi a disperdere quotidianamente un potenziale di risorse –economiche e sociali– difficilmente quantificabile, che attiene a tutta quella quota di capitale sociale che resta inutilizzata dal sistema. Basti solo pensare, che sul fronte occupazionale, l’attuale congiuntura economica potrebbe aver bruciato almeno 610mila nuove assunzioni, vale a dire posti di lavoro che le imprese non hanno creato, pur avendone bisogno, a causa delle difficoltà e dell’incertezza del mercato.
Si tratta di un numero estremamente consistente, se solo si pensa che, stando almeno a quanto rilevato sulla base dell’ultima indagine Excelsior, le imprese italiane attive nell’industria e nei servizi, avevano previsto per il 2003 l’assunzione complessiva di oltre 670.000 persone, e cioè poco più dei posti che sono stati – almeno nelle intenzioni delle imprese – “sprecati” per l’attuale incertezza economica. Per avere un ulteriore riferimento dell’ordine di grandezza, basti pensare che nel 2002, le nuove assunzioni effettuate nel mercato del lavoro sono state quasi 1mln300mila, il che significherebbe, se la consistenza degli ingressi restasse invariata anche per il 2003, la volatilizzazione del 30% circa di nuova occupazione.
Il dato, pur impressivo, non colpisce tuttavia più di tanto, se si osservano le aspettative di comportamento delle imprese per il 2003. Solo il 24,5% ha espresso infatti l’intenzione di assumere nuovo personale, mentre la stragrande maggioranza (75,5%) ha dichiarato di non avere intenzione di assumere, principalmente perché l’organico aziendale è al completo (40,1%), perché le condizioni di mercato sono incerte (22,3%) e, in seconda battuta, per problemi logistici o di ristrutturazione (4,1%), per l’eccessivo carico fiscale e contributivo (4,1%) o per altri motivi (4,9%), tra cui la difficoltà a reperire personale adeguato, la mancanza di flessibilità nella gestione delle risorse, ecc.; a ben vedere, la quota di imprese propense ad assumere è quasi uguale a quella delle aziende “inibite” dall’attuale congiuntura .
Naturalmente le intenzioni di assunzione espresse variano sensibilmente a seconda della dimensione aziendale: se quindi tra le grandi (con più di 250 dipendenti) intende assumere nuovo personale il 71,7% delle imprese, tra le piccole (fino a 9 addetti) la percentuale scende al 21,3%. Una differenza che però risente solo in parte delle incertezze dell’attuale congiuntura, alla quale, con la sola esclusione delle imprese grandi (dove tale motivazione incide solo per lo 0,2%), sembrano ugualmente permeabili tutte le aziende.
Quello che risulta decisamente più interessante è invece l’analisi settoriale, dalla quale emerge più chiaramente la fotografia dello stato di salute della nostra economia. L’industria sembrerebbe tirare più dei servizi: (intende assumere il 29,2% delle imprese industriali contro il 21,3% di quelle di servizio)[1] sebbene risenta in misura molto più sensibile della prima dell’attuale fase congiunturale: chiamano in causa questo motivo per “giustificare” le non assunzioni il 25,4% delle prime e il 20,2% delle seconde. Non mancano poi, all’interno delle significative varianti. E se quindi sulla base delle intenzioni di assunzione espresse, i settori più dinamici sembrerebbero quelli della produzione e distribuzione di energia e gas (intende assumere il 40,6% delle aziende), industrie meccaniche e dei mezzi di trasporto (37,8%), industrie chimiche e petrolifere (37,8%) e la sanità (35%) quelli al contrario, in cui le imprese sono – almeno sul fronte occupazionale – in fase di stallo sono gli studi professionali (solo l’8,4% intende assumere nuove persone), il commercio al dettaglio di prodotti non alimentari (17,9%) e il credito assicurazioni e servizi finanziari (18,3%).
L’incertezza dell’attuale fase congiunturale pesa di più nel settore del tessile/abbigliamento, dove ben il 34,1% delle imprese dichiara di non assumere per via dell’instabilità del mercato, nell’industria di produzione di beni per la casa e tempo libero (33,9%) e in seconda battuta nel commercio al dettaglio, dei prodotti alimentari o dei beni di largo consumo (25,9%). Chi sta più al riparo dalle fluttuazioni del mercato, sono invece gli studi professionali (“solo” il 10,8% non assume per instabilità del mercato), le imprese che operano nel campo della sanità pubblica e privata (12,5%), dell’istruzione (13%) e del credito e servizi finanziari (13,9%).
Anche il dettaglio regionale offre infine degli spunti interessanti, non fosse altro perché conferma alcune delle tendenze già mostrate dal nostro mercato del lavoro in questi ultimi due anni. Le regioni del sud si confermano tra le più dinamiche: ben il 28,4% delle imprese (contro il 21,2% del nord ovest e 23,5% del centro) prevedono infatti di assumere, e ciò malgrado siano regione in cui prevale un tessuto imprenditoriale ancora poco strutturato, fatto essenzialmente di piccole e piccolissime imprese. In testa, svettano Basilicata (32,9%), Calabria (31,9%), Molise (31,4%), Sardegna (29,7%), Campania (28,3%) e Puglia (28,1%), mentre in coda spiccano le aree più industrializzate del nord, prima fra tutte il Piemonte (dove solo il 20,2% delle imprese intende assumere), la Liguria (21,6%) e la Lombardia (21,6%).
Il presente articolo è tratto dal portale di Italia Lavoro, l'Agenzia del Ministero del Welfare per le politiche attive del lavoro e lo sviluppo dell'occupazione.
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